Salire in quota d’autunno: quattro libri tra lutto, sublime e istinto

Ottobre: la montagna si veste di magia. I larici virano all’oro, i sentieri si svuotano, la luce si fa radente e allunga le ombre sui versanti. I silenzi si fanno lunghi. È la stagione in cui la quota restituisce il meglio di sé prima della pausa invernale, con una pienezza di colore che la primavera raramente eguaglia. Quattro libri partono da qui, ciascuno con una propria angolazione sulla  solitudine del camminatore autunnale.

Quando l’autunno è la vita stessa

Il primo porta in montagna nel momento in cui è l’esistenza a segnare la propria stagione declinante. Il bene che vi voglio (Temposospeso) è l’ultimo romanzo di Matteo Pellegrini. Il giovane autore, ci dona un libro sul lutto, sull’affetto e sulla memoria. Pellegrini lo definisce una fiaba filosofica, e dalla fiaba eredita gli archetipi: una casa nel bosco, una madre assente, due bambini che a un certo punto devono mettersi in cammino per scoprire i confini del proprio mondo, lasciando la sicurezza della baita in cui vivevano con il padre. Il registro resta laico: nel romanzo manca qualsiasi riferimento a Dio, e la ricerca di senso si gioca tutta sul piano interiore dei personaggi. Descrizioni paragonabili a una sceneggiatura, di quelle potenti, degna di chi, come Pellegrini, gestisce un cinema selezionando personalmente i titoli che proietta.

La vetta come soglia

Che la montagna sia da secoli uno spazio in cui l’uomo misura i propri limiti lo racconta Vittorio Sgarbi in Il cielo più vicino. La montagna nell’arte (La nave di Teseo). Il percorso attraversa l’arte dal Trecento a oggi e tratta la montagna come soggetto delle opere anziché come fondale. Per Sgarbi tutto comincia con Giotto. Poi il sublime romantico, che il libro declina in una linea ascetica e verticale, quella di Friedrich, e una visionaria e atmosferica, quella di Turner. Con Van Gogh la montagna diventa proiezione dello stato d’animo, con Segantini dimensione dell’anima, fino a Depero, Sironi e Buzzati e a uno scatto di Luigi Ghirri sull’Alpe di Siusi che chiude il volume. Tra le pagine più riuscite, quella sul tramonto in quota: per quanto straordinario, sappiamo che potrà ripetersi domani e ancora fra qualche giorno. È la stessa certezza ciclica che rende l’autunno sopportabile. La sintesi dell’autore sta in una frase: «Nulla è più vicino all’eterno della montagna».

Con gli occhi del lupo

La solitudine assume un’altra grana quando la si osserva da dentro la natura. Il lupo solitario di Adam Weymouth (Iperborea, tradotto da Luca Fusari) ha vinto la 52ª edizione del Premio ITAS del Libro di Montagna. Al centro c’è Slavc, che nel 2011 lascia le montagne slovene, attraversa in un inverno gelido Austria e Italia e si stabilisce in Lessinia, dove forma una famiglia con un’altra lupa errante, Giulietta. Nel Nord Italia di lupi mancavano da secoli, oggi ci sono interi branchi. Weymouth ne ripercorre le orme a piedi, in un continente segnato da temperature in aumento, confini difesi con il filo spinato e populismo dilagante. Il lupo diventa così lo specchio in cui vorremmo rifletterci e insieme il capro espiatorio di un futuro imprevedibile.

La bestia è umana

All’estremo opposto, la voracità di un essere umano alla ricerca della madre. Bestia di mamma di David Goudreault (marcos y marcos, traduzione di Sara Giuliani) è l’esordio dello scrittore quebecchese: una confessione feroce e comica che espone la brutalità con tale padronanza da farla sembrare natura. L’io narrante è un giovane adulto strappato alla madre a sette anni per i ripetuti tentativi di suicidio di lei. Passato da una famiglia disfunzionale all’altra, cresce come un manipolatore cinico, razzista e sessista, attratto dal male e dall’illegalità, finché la notizia che la madre è stata rintracciata innesca la sua ricerca. Goudreault attinge alla propria esperienza di assistente sociale e il tono della confessione in prima persona espone la brutalità senza filtri, a tratti ostentandola, con una padronanza tale da farla apparire naturale. Accanto alla Bestia, la ferocia del lupo appare quasi innocente.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 9 ottobre 2026

A piedi nudi nel bosco e mille metri dentro la montagna

Alois Steger si toglie gli scarponi dove il sentiero si inerpica fra gli alberi e attende che io faccia lo stesso. Sotto i larici il terreno è soffice e cede al mio peso. La pianta del piede sente le radici della foresta, il muschio è ancora umido dalla notte.

Alois conosce le leggende della Valle Aurina come le sue tasche perché le disegna e le racconta. È un artista e poeta, tra gli alberi e di fronte alla cascata, dice che certe storie si capiscono meglio senza suole che ci separano dalla terra. Cammina narrando di santi citati dagli archivi parrocchiali e di creature che si animano nelle lunghe notti d’inverno davanti al focolare. «Respirare è la prima cosa che facciamo e l’ultima che impariamo», dice. Mentre il piede nudo obbliga a rallentare, il respiro si allunga e le storie iniziano a materializzarsi. Una roccia concava è la tana dei folletti, una cappellina è la casa montana del santo protettore. E via così.

Il maso

Arriviamo al Platterhof. La casa è poggiata su un prato a monte di San Giovanni. Erika e Hans Hofer gestiscono il focolare coi suoi quattrocentocinquanta anni di fumo. In estate, però, si mangia fuori, all’altezza delle cime degli alberi. Dopo due ore a piedi scalzi, sedersi produce l’effetto curioso per cui la pianta continua a mandare segnali per un pezzo, come una linea rimasta aperta. Arrivano i taglieri. C’è anche il Graukäse, il formaggio grigio. Lo si trova in tutto l’Alto Adige, ma nasce qui, in questa valle, da latte scremato acidificato. Ne deriva un prodotto quasi privo di grassi, con una quota proteica alta che la nutrizione sportiva valorizza. A settembre l’area vacanze Valle Aurina, che comprende i comuni di Campo Tures, Valle Aurina e Predoi, gli dedica le Giornate del Graukäse.

L’ascolto

Appena un cambio di versante e trovo Angelika Kirchler. La sua è una bellezza che supera il tempo. Ha la classe di una Bond Girl, ma per l’armonia che trasmette potrebbe anche essere una delle Madonne delle cappelle votive. Mi accompagna alla scoperta dei sensi invitandomi a seguirla nella baita del padre. Prima il silenzio della salita. Poi l’ascolto, una sorgente alla volta: le foglie, gli uccelli, il vento fra i rami. Quindi gli esercizi. L’abbraccio degli alberi, la carezza delle cortecce, gli occhi chiusi con le braccia spalancate. L’unica regola che conta davvero è che l’espirazione duri il doppio dell’inspirazione, perché il rilassamento si attiva in uscita.

La baita è fatta di tronchi che il bosco ha ceduto. Il torrente che la sfiora scende dalle vedrette. La sua acqua ha una temperatura appena superiore ai dieci gradi ma è un invito a immergersi. Il diaframma si contrae per riflesso e il respiro diventa per qualche secondo ingovernabile. Poi si riprende il controllo. Il recupero è il cuore dell’esercizio. Si pranza coi canederli preparati da lei. Suo padre sale qui in alpeggio e la stanza è piena dei suoi attrezzi, appesi dove li ha lasciati: falci, binocolo, coltelli, il cappello. A una parete, una preghiera. La finestra inquadra la valle e lo scorcio dove questa finisce.

Il trenino

È da lì che scorgo l’ultima tappa. Predoi è il comune più a nord d’Italia. Sofia Steger mi accompagna al trenino che entra in galleria. Fuori il calendario dice che è agosto, ma dentro si entra in un tempo indefinito, dove la temperatura si attesta fra gli 8 e i 10 gradi tutto l’anno. L’umidità sfiora l’89%. Nell’aria mancano pollini, polveri e allergeni: la roccia li ha filtrati per conto suo, senza impianti né manutenzione. A 1.100 metri dentro la montagna, dove per secoli si è estratto rame, ha sede il Centro Climatico. Il silenzio è di un tipo introvabile in superficie. Senza fondo, senza correnti d’aria, senza il rumore residuo che nei boschi resta comunque. Chi decide di beneficiarne resta seduto o sdraiato sotto le coperte per quasi un’ora, con luci soffuse e ombre colorate. A luglio uno studio pubblicato su Scientific Reports ha rilevato un aumento della forza dei muscoli respiratori in tutti i gruppi di pazienti coinvolti: 208 in totale, con asma, BPCO e Long Covid, seguiti in nove centri fra Germania, Austria e Italia. Predoi era uno di questi. Gli alveoli, qui, lavorano in condizioni che all’aperto si verificano raramente. Dove il bosco lascia il posto al buio, la montagna continua a fare il suo mestiere con altri mezzi.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 6 agosto 2026

Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi

Sembra la storia di un lungo viaggio nel mare del tempo, e in un certo senso lo è. La stella della collezione del Kunsten Museum of Modern Art di Aalborg – il Visage d’étoile – è un volto in tessere di vetro disegnato da Picasso. Proprio sotto lo stesso cielo, uno dei più limpidi d’Europa, le navi in pietra dei vichinghi. Silenziose, riposano da secoli mentre è in corso la mostra Late Picasso, con opere dell’ultima fase dell’artista spagnolo. Il percorso parte dal mosaico della collezione permanente segnando un legame stellare. Ma è solo la soglia di un percorso. Aalborg, quarta città della Danimarca e un tempo grigio scalo industriale, si è trasformata in un waterfront costellato da architetture d’autore, al punto che nel 2019 il New York Times l’ha collocata all’ottavo posto tra i suoi «52 luoghi da vedere» nell’anno.

Le architetture dell’acqua

Il Limfjord taglia Aalborg in due — la città a sud, Nørresundby a nord — e separa dal continente l’intero Jutland settentrionale, rendendolo di fatto un’isola. Sulla riva meridionale, là dove un tempo si affacciavano i cantieri, si allineano oggi due edifici che da soli valgono la sosta.

L’Utzon Center porta il nome di Jørn Utzon, l’architetto delle vele della Sydney Opera House. Quello di Aalborg fu il suo ultimo progetto, portato a termine con il figlio Kim e inaugurato nel 2008, l’anno stesso della sua morte, sul lungomare della città in cui era cresciuto tra barche e cantieri. I tetti curvi e riflettenti nascono proprio da quella memoria navale. All’interno, volle un luogo d’incontro per studenti di architettura, con mostre di design e il suo archivio.

Poco più in là, la Casa della Musica, Musikkens Hus, porta la firma dello studio viennese Coop Himmelb(l)au: inaugurata nel 2014, è una massa decostruttivista di vetro e cemento in cui la scuola «abbraccia» la sala da concerto, sede dell’Orchestra Sinfonica di Aalborg e del conservatorio.

Il waterfront rinato va oltre l’architettura. Il vecchio porto è diventato una passeggiata di panchine e pontili, con ristoranti allestiti su barche e vasche all’aperto in cui i danesi nuotano, pagaiano in kayak e prendono il sole sulle acque cristalline del fiordo.

Alberi che cantano

Pochi minuti a piedi portano nel cuore della città. A pochi passi dalla stazione, il Kildeparken è il primo parco pubblico di Aalborg. Disegnato nel 1802, allinea lungo i viali una collezione di sculture e fontane d’autore, a partire dalle Tre Grazie di Thorvaldsen. Ma il pezzo più celebre è il Parco della Musica. Dal 1987 gli artisti che si esibiscono al centro congressi e cultura della città vi mettono a dimora un albero a ricordo del concerto. Premendo il pulsante sulla colonnina ai piedi di ciascuna pianta, il bosco suona e restituisce le voci di Sting, Kenny Rogers, Rod Stewart, Take That, Elton John, solo per citarne alcuni.

Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi

Attraversando il contiguo cimitero antico che è esso stesso un parco, tra gli alberi della collina, spunta il Kunsten da cui siamo partiti. L’edificio è opera di Alvar Aalto, che lo progettò alla fine degli anni Cinquanta. Aprì nel 1972 ed è considerato esso stesso un’opera d’arte, con la luce filtrata e i pavimenti di marmo di Carrara. Resta un museo di riferimento per gli appassionati di arte contemporanea. La collezione permanente e le grandi rassegne, come quella in corso sull’ultimo Picasso, meritano un viaggio.

Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi

Sedici cucine in una fabbrica di mobili

Ai danesi piace valorizzare il passato, remoto e prossimo. Sul fiordo si giocano due partite. Da un lato la tappa gastronomica. In un’ex fabbrica di mobili, dal 2017 ha sede The Lighthouse, il primo mercato di street food permanente di Aalborg. Sotto le capriate e su pavimenti di cemento a vista, una sedicina di cucine allinea piatti da mezzo mondo, dallo smørrebrød danese al sushi, dai gyros al ramen. La formula sta nel gusto di ordinare a banchi diversi e ritrovarsi allo stesso tavolo. Il guscio industriale dell’edificio, con i suoi soffitti altissimi, resta a vista, riconvertito in luogo d’incontro affacciato sull’acqua.

Basta poi attraversare il fiordo, verso Nørresundby, per compiere un salto di quindici secoli. Su una collina battuta dal vento, Lindholm Høje è la più vasta necropoli di età vichinga della Danimarca e tra le meglio conservate della Scandinavia. Quasi settecento tombe, segnate da pietre disposte in cerchi, triangoli e nella forma di navi. Sono le skibssætninger, le navi di pietra disegnate al suolo, a dire quanto quel popolo di navigatori legasse il passaggio nel Valhalla all’acqua e al viaggio. Il sito rimase in uso dall’età del ferro germanica fin verso l’anno Mille, quando la sabbia lo ricoprì per intero, conservandolo.

Come se la rotta delle navi di pietra fosse guidata dalla stella disegnata da Picasso, Aalborg si lascia raggiungere come meta di una lunga riflessione sull’acqua e su quel cielo a cui tutti, prima o poi, guardiamo.

Aalborg, la stella di Picasso e le navi dei vichinghi

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 28 luglio 2026

Una Sardegna di onde e sussurri

Grazia Deledda scriveva di aver vissuto “coi venti, coi boschi, colle montagne” e “mille e mille volte ho appoggiato la testa ai tronchi degli alberi per ascoltarne la voce”.
A Isola Rossa ci sono delle piattaforme di legno appoggiate agli scogli. Sono nove bolle di quiete sospese sul blu, con il sole che vi tramonta esattamente di fronte. A piedi nudi sulle tavole, il libro di Grazia Deledda si sfoglia nel vento, in quell’ora del giorno in cui i refoli di mare e quelli di terra si incontrano e giocano tra loro.

Lì ho assorbito l’autrice sarda Premio Nobel. C’erano le voci di tutti quelli che erano passati prima di me: banditi e questori, pescatori e cacciatori, pastori e costruttori di nuraghi. Sono ancora tutti al loro posto, nell’entroterra. Basta risalire il vento per andarli a trovare. Come il ponte di una nave nel tempo, quelle tavole sono un punto di partenza. L’anima dell’Hotel Torreruja, tappa del gruppo gallurese Delphina, le ha create per i suoi ospiti. 

I pescatori

Isola Rossa comincia da lì. Borgo di mare sul Golfo dell’Asinara, dà il nome — insieme al colore delle sue rocce — a quel tratto di costa nord-occidentale che si chiama Costa Rossa. Il paesaggio conserva un carattere ruvido e schivo fatto di calette, piscine naturali dai fondali sabbiosi, acque limpide che si aprono su spiagge di sabbia fine, le onde che lavorano la pietra.

Su un promontorio che degrada verso la baia e verso la roccia di Punta Li Canneddi, un occhio attento coglie le casupole di un’altra struttura, il Marinedda, cinque stelle con centro Thalasso e SPA che prende il nome dalla spiaggia. Affacciarsi alla distesa mediterranea è una soglia. Si esce al mattino, si rientra la sera con i piedi impolverati e la testa piena di silenzi. Nel mezzo, i riflessi del giro in kayak, le impronte lasciate sul bagnasciuga, i profumi sui sentieri nella pineta, l’acqua salata dei percorsi Thalasso. E ogni sera il tramonto, puntuale, sul Golfo, un invito a trattenere il sole catturandolo tra le dita appena prima che si sciolga in acqua. Da qui, comincia la scoperta dell’entroterra.

Una Sardegna di onde e sussurri

I pastori e i cacciatori

Si sale, nel cuore della Gallura. Destinazione Aggius. Chi ha fondato gli alberghi è nato lì. Il paese si annuncia con le sue case in pietra, tra le più curate del territorio. Bandiera Arancione del Touring, l’economia dell’abitato poggiava sulla lavorazione del granito e sulla tradizione per l’arte della tessitura. Camminare tra i vicoli nel primo pomeriggio, quando le imposte restano chiuse e le case trattengono il fiato, è già una forma di ascolto.

Aggius, del resto, parla, anzi canta. Il coro locale, celebre per le sue sonorità, fu ribattezzato da Gabriele D’Annunzio “Coro del galletto di Gallura”. Il museo etnografico intitolato a Oliva Carta Cannas custodisce le melodie, ma anche oggetti e macchinari originali che raccontano la vita quotidiana di tutta la Gallura, quella dei pastori negli stazzi e di chi batteva i boschi.

Una Sardegna di onde e sussurri

I banditi e i questori

Le voci antiche rimbalzano di muro in muro fino a un palazzetto. In pietra come tutto il resto del paese. È il museo del Banditismo, ospitato nell’edificio della vecchia Pretura. Un luogo che tiene insieme le due parti della stessa storia, chi fuggiva e chi inseguiva. Ci sono le foto di molti banditi. Messi al bando dalla società per qualche ragione, a volte da una legge ingiusta. C’è anche una donna, colpevole di aver ucciso per difendersi da un aggressore. Il grigiore di una quotidianità lontana, oggi ha un contrappunto nei colori vivaci dei murales che animano saracinesche e facciate. Uno addirittura prolunga su una casa il profilo della montagna che incornicia l’abitato.

Attorno ai tetti si apre la piana dei Grandi Sassi. A Giovanni Lilliu, padre dell’archeologia sarda, i macigni parvero “rottami di giganti divelti da un dio vendicatore”, disseminati per la valle, levigati da pioggia e vento fino a forme morbide e ondulate. Da qui il secondo nome del pianoro, valle della Luna. Alcuni massi assumono fattezze antropomorfe e si finisce per riconoscervi un frate incappucciato, una testa Moai, la sagoma di un animale. Al tramonto, la luce radente accende le sculture naturali e la valle rallenta. Nelle cavità chiamate tafoni, la gente del luogo ha trovato riparo per secoli. Chi vi si siede dentro capisce perché. È la terra che parla mentre si attraversano i boschi di querce da sughero, lecci e corbezzoli. Fino al nuraghe Izzana, il più grande della Gallura. Dentro, l’aria è fresca. Fuori, il vento continua a fare il suo lavoro, come da quattromila anni. 

Una Sardegna di onde e sussurri

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 20 luglio 2026

Nello Jutland del sud, natura e architettura attraverso i secoli

Nel centro dello Jutland le distanze restano brevi e i secoli si accumulano. Bastano pochi chilometri per passare da un tumulo dell’età del bronzo a una fortezza seicentesca, da una cittadina disegnata dai fratelli moravi al primo Legoland del mondo. Qui la Danimarca racconta la propria storia e, con essa, un capitolo dell’intera vicenda europea.

Preistoria da vivere
Il percorso comincia oltre tremila anni fa, con la ragazza di Egtved. La sua sepoltura, riemersa quasi intatta, apre uno spiraglio su una società dell’età del bronzo già raffinata e legata a mezza Europa. Lo dicono la lana dell’abito, i bronzi, gli scambi lungo rotte che arrivavano fino alle Alpi. Il centro visite inaugurato da pochi giorni ha finiture materiche che dialogano perfettamente con la campagna. Poco distante, l’ambiente dell’età del ferro di Vingsted ricostruisce spazi comuni, capanne seminterrate e piccoli campi. Uomini e bestiame condividevano lo stesso tetto, l’orzo e il frumento scandivano le stagioni. Adulti e bambini possono provare l’esperienza di dormire sui giacigli in legno e pelli, battere il metallo e lavorare gli abiti.

L’epopea vichinga
Con l’età vichinga la Danimarca prende forma di regno. Sulla strada per Jelling, sul lago di Fårup si incrocia la replica di una nave vichinga, memoria della cultura marittima locale.
La sosta di mezzogiorno cade a proposito, accanto ai monumenti, al Café Sejd. Il nome viene dal seiðr, la pratica rituale norrena legata alla profezia e alla sfera spirituale, un rimando alle credenze del tempo in cui si sta entrando. A Jelling quel passaggio storico diventa monumento. Nel X secolo re Harald Dente Blu fece erigere la pietra runica che, per le scritte incise sopra, proclama l’unità del paese e la sua conversione al cristianesimo. Pietre, tumuli e chiesa, oggi patrimonio UNESCO, sono quello che i danesi considerano il certificato di nascita della nazione.
Il Medioevo conduce a Kolding, cresciuta intorno al fiordo e ai traffici. Al centro sorge Koldinghus, l’imponente castello reale del 1268, cardine di amministrazione e difesa. Un incendio lo ridusse in rovina nel 1808. Il restauro novecentesco ha intrecciato le mura medievali con l’architettura contemporanea.

Nello Jutland del sud, natura e architettura attraverso i secoli

Le grandi battaglie
Accanto al castello, le scuderie cinquecentesche di Staldgården custodiscono la pagina cupa dell’occupazione tedesca, quando gli edifici ospitarono il quartier generale della Gestapo. Le pareti delle celle hanno ancora inciso i nomi dei prigionieri che subivano gli interrogatori. A due minuti a piedi, il Restaurant Valdemar riporta al presente con lo smørrebrød classico, le tartine preparate con prodotti di stagione e materie prime locali, in un accostamento alla cultura della tavola danese. Poco oltre, la Den Blå Bistro lavora su una cucina di radice danese ed europea, con attenzione alla stagionalità e alla cura dell’esecuzione. I locali si raccolgono attorno a due piazze contigue, e l’insieme restituisce un colpo d’occhio che onora lo hygge.
Il Seicento militare si scopre a Fredericia, città fortificata fondata nel 1650. I terrapieni che la cingono restano tra i meglio conservati del paese. Salendo sui bastioni si ripercorre la battaglia del 1849 e la vocazione precoce della città alla tolleranza religiosa, che ne fece un rifugio per molti. La sera, il Café MUMS sul canale della marina, mescola abitanti e turisti. Atmosfera distesa, piatti danesi classici e lo stjerneskud, la “stella cadente”, una tartina di pesce fritto e al vapore con gamberetti, insalata croccante e salsa cremosa.
Nel 1773 i fratelli moravi, comunità protestante di radici centro-europee, disegnarono Christiansfeld secondo i propri ideali. Pianta rigorosa, piazza centrale, mattoni gialli uniformi, orti e cimitero, il tutto nel rispetto di sorellanza e fratellanza. È l’insediamento moravo meglio conservato del Nord Europa, dove fede, urbanistica e vita comune si leggono ancora in ogni facciata.

Nello Jutland del sud, natura e architettura attraverso i secoli

Verso il contemporaneo
In direzione nord, Give nasce come villaggio sulla brughiera e cresce con la ferrovia Vejle–Give del 1892. Il Museum Give ricostruisce l’agricoltura d’un tempo, i mestieri, la scuola di paese, la fatica di ricavare una vita da terre sabbiose. La locanda di Filskov risale al 1853 e trasmette il carattere intatto della vecchia kro danese.
L’itinerario si completa a Billund. Nel 1932 la falegnameria di Ole Kirk Christiansen prese il nome di LEGO, dal danese “leg godt”, giocare bene. Il primo mattoncino di plastica è del 1958. Legoland aprì qui nel 1968. Il parco tematico, oggi è affiancato dalla Lego House, l’esperienza dedicata ai master e a chi vuole conoscere tutto dei mattoncini Lego. Una curiosità per gli amanti degli orsi: appena oltre la strada, c’è il museo sull’arte dei Teddy Bear, uno dei più completi al mondo, con scene di film e storie interpretate dagli orsetti in peluche. Nulla di meglio per chiudere un anello che prova a rispondere alle domande su chi siamo davvero e da dove veniamo.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 10 luglio 2026

Meglio morto che gay: il mostro è ancora lì

Camaiore, 24 giugno. Un uomo di 63 anni, Piero Moriconi, prende il fucile e spara alla moglie e al figlio. Kathy Andreoni, 52 anni, muore. Mirko, 24 anni, muore. Il movente che emerge dalle prime indagini è la mancata accettazione dell’omosessualità del figlio. Prima di sparare, quell’uomo aveva già pronunciato la frase. Mirko stesso l’aveva raccontata in un video: «Meglio morto che gay», avrebbe detto il padre dopo il coming out.

Dieci anni fa avevo scritto un racconto. Era la storia di un ragazzo chiuso in una stanza ad ascoltare il padre avvicinarsi con un fucile dopo aver scoperto la sua omosessualità. Non era un esercizio di immaginazione. Dietro quelle pagine c’era una testimonianza vera: un amico, una persona reale, che mi aveva raccontato cosa aveva vissuto. Il terrore di quella notte, il rumore di una serratura, il cigolio di un gradino evitato apposta. Avevo trascritto quella paura con la speranza — quasi la certezza — che in dieci anni diventasse un documento del passato, qualcosa da leggere dicendo: guarda com’era, guarda quanto siamo cambiati.

In quel racconto il padre era un cacciatore. Andavano insieme a caccia di cinghiali, padre e figlio, nel bosco. Nelle parole che avevo messo in bocca al ragazzo c’era una domanda che bruciava: che differenza c’è tra il cinghiale e il figlio frocio? Il cinghiale lo mangi e lo racconti agli amici. Ci ridi sopra. Il figlio frocio lo devi nascondere. Non ci ridi sopra. E poi, nella stessa voce, la vergogna descritta come l’unico metro: una vergogna per il paese, come poteva guardare ancora in faccia i suoi amici. Come se il problema fosse lo sguardo degli altri al bar, non una vita da accettare.

Invece eccola, la notizia.

Camaiore è in Versilia, tra gli ulivi. Un posto bello, associato nella memoria collettiva alla vacanza, al mare, a qualcosa di mite. Avevo scelto un paesaggio simile perché certi orrori sembrano impossibili dove tutto è quieto. Ma la dolcezza del luogo lascia i fatti immutati.

Nel frattempo, fuori dall’Italia, le cose peggiorano. In Uganda la legge anti-omosessualità prevede la pena di morte. In Russia chi difende i diritti delle persone gay rischia il carcere. In numerosi paesi africani e mediorientali l’orientamento sessuale espone a pene detentive, a violenza istituzionale, talvolta alla morte. Sono dati verificabili, e arrivano insieme a questa notizia da Camaiore come tessere di un unico quadro.

Mirko aveva pubblicato un video. Aveva parlato, aveva detto cosa stava vivendo. Qualcuno lo aveva ascoltato abbastanza?

A chi chiede se valga la pena leggere, manifestare, fare pride — a chi liquida tutto con un “ormai siete tutelati“, con un “ci sono problemi più urgenti” — rispondo con questa notizia. Il mostro è ancora lì, in agguato. Qualche volta porta il fucile. Qualche volta si annida in una legge, in un commento dato per normale, nel silenzio di chi poteva intervenire e ha scelto di guardare altrove. Mentre il mostro aspetta solo che si scriva un’altra storia.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 25 giugno 2026

Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli

Due genitori abbracciano la loro creatura tenendola in mezzo, le loro mani sono appoggiate sul suo torace e tutte le tre figure guardano in macchina con uno sguardo di consapevolezza. Sull’immagine sono appoggiate delle strisce di carta manoscritte. Come dei pizzini appesi. Affermano “ho compreso la complessità dell’essere umano, la potenza delle differenze, la bellezza della diversità. Il percorso è prezioso se lo puoi condividere, se serve solo a te, funziona a metà. Per vedere, capire, vale la pena attraversare la vita con gli occhi e il cuore aperto”. È una delle opere che arricchiscono il piano terra del Consiglio Regionale della Lombardia. In concomitanza con la ricorrenza del 17 maggio, giornata contro l’omobitransfobia, la mostra Ritratto di famiglie porta un messaggio alla nostra società dal cuore delle istituzioni. È un messaggio forte, ma zoppo.

Lo ha ideato la fotografa e filosofa Alle Bonicalzi con e per Agedo Milano, l’associazione di genitori, parenti, amiche e amici di persone LGBTQIA+. All’inaugurazione del 12 maggio, al piano terra del Palazzo Pirelli di Milano sono intervenuti l’autrice del progetto, la presidente di Agedo Milano Cinzia Valentini, le famiglie protagoniste del percorso e Luca Paladini, consigliere regionale del Patto Civico e fondatore de I Sentinelli di Milano, che ha voluto l’esposizione in Regione.

Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli

Mentre appena il giorno prima il presidente Sergio Mattarella pronunciava al vicino Politecnico la frase «ai giovani possiamo trasmettere valori di convivenza, non pretendere di trasmettere modelli di comportamento», a pesare sull’apertura della mostra è stata l’assenza di rappresentanti dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, che pure ha concesso la sede. A denunciarla è lo stesso Paladini: «Una mancanza di rispetto che trasuda imbarazzo verso il tema. Un’assenza ancora più significativa se si considera che, in occasione di molte altre iniziative al Pirellone, il presidente del Consiglio è normalmente presente. In questo caso non vi è stata neppure l’indicazione di un delegato dell’Ufficio di Presidenza per portare un saluto istituzionale». Sulla stessa linea Cinzia Valentini: «È grande la soddisfazione di vedere esposte le nostre foto in una sede così prestigiosa, ma ci è dispiaciuto non ci fosse un rappresentante dei vertici della Regione all’inaugurazione». Una distanza che, in una città come Milano e a poche settimane dal Pride, segnala lo scollamento fra la presidenza regionale e una parte del tessuto sociale del capoluogo. Un’assenza che non è la prima in Italia per iniziative simili, ma che non scoraggia chi continua a portarle nelle sedi istituzionali.

Anche per questo motivo, è auspicabile che questa mostra giri. Magari proprio grazie ad Agedo, che ha una presenza capillare nel nostro Paese. Le opere che la compongono sono collage digitali che intrecciano fotografia e scrittura creativa, frutto di un laboratorio condotto dall’autrice con alcuni nuclei familiari dell’associazione. Ogni ritratto dialoga con frammenti di parole tratti dai manoscritti dei partecipanti, secondo un metodo che restituisce corpo, luce e voce alle storie raccolte. «Il ritratto è uno, collettivo e corale, ma le famiglie sono tante, diverse, uniche e irripetibili», spiega Alle Bonicalzi, che descrive l’esposizione come «essa stessa un coming out, l’epifania di una possibilità nuova di essere famiglia».

Il metodo, racconta l’autrice, è nato dall’incrocio tra la sua doppia formazione, fotografica e filosofica. Sedici famiglie convocate nella sede di Agedo Milano, un’unica sessione di scatti con fondo neutro e luce classica per non distrarre dall’unicità di ciascun volto. Ma le foto, da sole, non sarebbero bastate: «le immagini mostrano, non dimostrano – precisa Bonicalzi – qui c’era una storia delicata, profonda, articolata. Non volevo dare in pasto ritratti classici a occhi pieni di pregiudizio, volevo che le persone ritratte ci mettessero la voce». Ha allora chiesto ai partecipanti di guardarsi negli occhi senza parlarsi per tre minuti, poi di scrivere per un quarto d’ora senza fermarsi a partire dalla frase “Se guardi attraverso i miei occhi vedrai…”, infine di confrontarsi all’interno del proprio nucleo familiare decidendo cosa leggere agli altri e cancellare il resto. «Si sono detti e dette cose che non avevano mai condiviso», ricorda. Al momento di selezionare cosa rendere pubblico, è successo qualcosa di raro. «Agedo non ha cancellato quasi niente, mentre di solito mi arrivano fogli cancellatissimi. Lì ho capito che ogni famiglia dovrebbe guardarsi come si guarda Agedo».

Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli

«La mostra è un invito a guardare il mondo con occhi nuovi — afferma Valentini — perché solo vedendo davvero l’altra persona possiamo costruire una società più libera e accogliente». Agedo Milano fa parte di Agedo Nazionale, rete che da oltre trent’anni accompagna i genitori nel percorso di accoglienza e comprensione delle proprie figlie e dei propri figli, promuovendo dialogo, riconoscimento dei diritti civili e contrasto a ogni forma di discriminazione. Nel 2009, al sodalizio è stato conferito l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano.

Il percorso si propone come esperienziale prima ancora che espositivo. Accanto ai ritratti si trovano poster tipografici che rilanciano allo spettatore le stesse domande filosofiche poste alle famiglie ritratte. Di fronte, un quaderno invita a lasciare delle riflessioni e una boccia piena di strisce di carta coi toni arcobaleno dialoga con le sfumature dei manifesti didascalici. Una ragazza davanti a me ne pesca uno. Non le chiedo cosa ci sia scritto sopra, mi basta il suo sorriso e pensare che stasera, quando rientrerà, si sentirà accolta da quel senso di calore che ognuna di queste foto trasmette.

Ritratto di famiglie: una mostra-coming out a Palazzo Pirelli

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 22 maggio 2026

Chi vuole la testa del lupo

Michele Serra ha raccontato la morte del suo cane Osso, segugio di sette anni, sbranato da un branco di lupi a duecento metri dalla casa di Val Tidone, sull’Appennino piacentino. Il dolore privato si è subito fatto questione pubblica. La ferita di Serra merita rispetto, anche nell’ammirabile lucidità che ha mantenuto. «Qualcosa va fatto, e velocemente, se si vuole che la convivenza tra uomo e lupo resti possibile», ha scritto, chiedendo alle autorità di stabilire fino a quanti esemplari un territorio possa reggere. Negli stessi giorni, in provincia di Pisa, a poche centinaia di chilometri di distanza, due teste di lupo mozzate sono comparse appese a cartelli sulle strade. Il WWF ha parlato di «gesto di inaudita gravità e crudeltà», di un «atto intimidatorio» che, oltre al bracconaggio, segnala un clima crescente di ostilità verso la specie.

I due episodi raccontano lo stesso paese da angolature opposte: l’abitante delle aree meno antropizzate che chiede numeri, il bracconiere che li riduce in proprio. Tra l’uno e l’altro corre un filo di equivoci.

Quanti sono, davvero

I lupi italiani, protetti dagli anni Settanta, sono passati da poche centinaia a circa 3.300 esemplari censiti dall’Ispra. Il dato impressiona se letto come crescita lineare, ma perde drammaticità se si ricorda che, prima delle stragi otto-novecentesche, in Italia se ne contavano ventimila, senza che si registrassero aggressioni deliberate a esseri umani. Le popolazioni animali, peraltro, non crescono indefinitamente: seguono una curva logistica, accelerano e poi si appiattiscono quando l’ambiente smette di concedere spazio. Il lupo oggi avanza perché trova boschi tornati dopo l’abbandono dei terreni marginali, prede in abbondanza (cinghiali, caprioli, cervi) e tutela giuridica. Occupa, in altre parole, la nicchia che gli viene lasciata.

La contabilità delle predazioni

Sul versante zootecnico il dibattito si nutre di numeri ricorrenti e raramente verificati. Le stime su scala europea collocano la predazione da fauna selvatica sul bestiame allevato attorno a quote minime, residuali rispetto a malattie, parti difficili e abbandoni. A questo si aggiunge la possibilità di indennizzo per il capo perduto e l’efficacia provata delle misure di prevenzione come recinti elettrificati, cani da guardiania con collare antilupo, presenza del pastore al pascolo. Dove applicate insieme, abbattono le predazioni dell’ottanta per cento. Una quota residua di attacchi attribuiti al lupo, infine, è opera di cani inselvatichiti, spesso ex cani da caccia abbandonati: distinguere richiede analisi genetiche che non sempre vengono fatte.

Una funzione ecologica

Il lupo non è solo un problema da contenere: è una funzione. Tiene sotto controllo gli ungulati per pressione di presenza, prima che per predazione effettiva, alleggerendo il carico su colture, boschi giovani e incidenti stradali. L’esperienza di Yellowstone, da decenni studiata, ha mostrato come il ritorno dei lupi abbia innescato una cascata trofica che ha ridotto gli erbivori, restituito vegetazione alle rive dei corsi d’acqua, stabilizzato gli argini, favorito il ritorno di pesci, anfibi, uccelli. Le proporzioni italiane sono diverse, ma la direzione è la stessa: in un Appennino sovraffollato di cinghiali, ridurre i lupi significa scaricare il problema sull’agricoltura e sul dissesto idrogeologico.

Su questo punto il divulgatore Mario Tozzi è netto: «Ridurre i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie eletta sul quale nessun vivente può issarsi».

Lo specchio della società

Resta il nodo culturale, ed è il più resistente. Il lupo che entra nel discorso pubblico raramente è un animale, è la proiezione di una paura. Il biologo statunitense Carl Safina, che li ha studiati a lungo a Yellowstone, ha mostrato come quei branchi siano in realtà famiglie nucleari, con personalità individuali, legami forti e un repertorio emotivo che comprende l’attaccamento, il lutto, la rabbia. Animali che vivono una vita dura, percorrono lunghe distanze, affrontano il freddo estremo e incarnano una libertà che è l’essenza stessa della natura non addomesticata. Quando entrano nel nostro immaginario, però, diventano altro: una metafora del selvaggio, una banda fuorilegge che non rispetta confini né proprietà. Da qui la reazione viscerale, simile a quella che si riserva a un’incursione nemica.

A questa cornice culturale prova a rispondere, sul piano educativo, l’Università di Pisa, che da anni propone alle scuole il laboratorio Cane o lupo? Il racconto delle origini, dedicato alla domesticazione e al rapporto evolutivo tra le due specie, e ha pubblicato di recente con ETS Cappuccetto Rosso e il Lupo: la vera storia, a cura di Valentina Diara e Alessandra Coli, prefazione di Elisabetta Palagi: una riscrittura della fiaba in chiave scientifica, pensata per restituire ai bambini un lupo che non sia il mostro del bosco ma un animale sociale, intelligente, parte dell’ecosistema. Un lavoro paziente di decostruzione dell’archetipo, che procede in direzione contraria al gesto di chi appende una testa mozzata a un cavalcavia a poche decine di chilometri dalle stesse aule.

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 11 maggio 2026

Spring Wind The Awakening: il documentario su Magyar sbarca in Italia

Sestri Levante ospita il 5 maggio la prima mondiale fuori dall’Ungheria del film che ha seguito per oltre un anno la parabola politica del nuovo primo ministro ungherese, visto da 3,3 milioni di persone prima del voto.

Quando un documentario viene visto da un terzo della popolazione di un paese prima delle elezioni, cessa di essere soltanto un’opera cinematografica. Spring Wind – The Awakening, diretto da Tamás Yvan Topolánszky e prodotto da Claudia Sümeghy, ha percorso esattamente una traiettoria inusuale, con 140.000 spettatori in sala durante la campagna elettorale ungherese e poi la scelta di renderlo accessibile gratuitamente online. Risultato: 3,3 milioni di visualizzazioni in un paese di nove milioni di abitanti. Il giorno dopo, Péter Magyar e il suo partito Tisza hanno conquistato 137 dei 199 seggi parlamentari disponibili, ponendo fine a sedici anni di governo di Viktor Orbán.

Sarà proprio questo film ad aprire, martedì 5 maggio, la decima edizione del Riviera International Film Festival di Sestri Levante. Si tratta della prima assoluta al di fuori dell’Ungheria, dove il documentario è distribuito nelle sale e sulla piattaforma HBO locale. La scelta è un gesto di affetto di Topolánszky che al RIFF aveva presentato nel 2019 il suo primo lungometraggio, Curtiz, vincendo il premio per la miglior regia, e dove era poi tornato come membro di giuria nel 2023. «Sentiamo il Riviera International Film Festival come la nostra casa creativa», ha dichiarato il regista.

Un anno in incognito accanto al candidato

Il metodo di lavoro scelto da Topolánszky e Sümeghy ha determinato la qualità del materiale raccolto. Per più di un anno, una piccola troupe ha seguito Magyar. A volte in incognito e altre volte palese, la camera ha seguito il candidato nei tour nazionali, nei comizi, nelle conversazioni informali e in molte occasioni all’interno della sua abitazione privata. Il risultato è un ritratto che va oltre la cronaca politica per restituire decisioni umane, motivazioni, momenti di dubbio. Il tutto in una texture di una campagna condotta sotto pressione costante in un ambiente mediatico ostile. Il documentario è stato realizzato senza fondi pubblici né incentivi fiscali statali, in una scelta obbligata dettata dal controllo esercitato dall’esecutivo Orbán sull’ecosistema culturale ungherese.  È diventato ciononostante uno dei documentari più visti nella storia del paese.

«Spring Wind è per noi più di un documentario – spiegano gli autori – È la testimonianza di un momento storico. Crediamo che abbia contribuito al dibattito pubblico che ha portato alla fine dei 16 anni di potere di Viktor Orbán. Il nostro obiettivo non era interpretare il cambiamento dall’esterno, ma catturarlo dall’interno, rivelandone le dimensioni umane e sociali».

Spring Wind The Awakening: il documentario su Magyar sbarca in Italia

Il contesto: cosa cambia in Ungheria

Magyar è atteso all’insediamento intorno al 15 maggio. Tra i primi impegni annunciati, lo smantellamento delle strutture mediatiche allineate al governo uscente costruite nel corso di un decennio e il ripristino di relazioni distese con l’Unione europea, che con Orbán aveva attraversato anni di tensione sistematica sul fronte dello stato di diritto. Già nelle ore successive alla vittoria, Magyar è intervenuto in diretta su una radio pubblica contestandone apertamente la mancanza di indipendenza editoriale. Il National Film Institute (NFI) ha nel frattempo sospeso le proprie attività in attesa del cambio di governo. Il commissario governativo per il cinema Csaba Káel, figura emblematica del sistema clientelare orbaniano, ha perso il proprio incarico. Diversi registi e produttori ungheresi avevano chiesto pubblicamente le sue dimissioni già in campagna elettorale.

A sottolineare la dimensione civile del progetto, Topolánszky e Sümeghy hanno annunciato che l’11% dei proventi netti del film sarà destinato a iniziative di protezione dell’infanzia e salute mentale giovanile. «La vita pubblica è stata spesso plasmata dalla paura e dalla divisione – spiega Sümeghy – Abbiamo sentito la responsabilità di restituire qualcosa, soprattutto ai bambini, che sono tra i più colpiti dalle tensioni sociali».

Un modello per l’Europa

La vicenda ungherese, e il ruolo che un documentario indipendente ha saputo giocare al suo interno solleva interrogativi che vanno ben oltre i confini nazionali. In un’epoca in cui il populismo ha costruito la propria egemonia anche attraverso il controllo dell’informazione e la delegittimazione sistematica dell’opposizione, la figura di Magyar e lo strumento del cinema documentario come vettore di consapevolezza civica indica una possibile grammatica alternativa. Quella di un’Europa che, invece di cedere alla logica dello scontro permanente e dell’interesse nazionale come unica misura del reale, torna a riconoscere nel diritto internazionale, nella cooperazione istituzionale e nella libertà di stampa le fondamenta di una convivenza possibile. Se il populismo ha prosperato nell’opacità, la risposta di Topolánszky e Sümeghy è stata radicalmente opposta, basata su trasparenza, accesso libero, prossimità umana al proprio soggetto. Un antidoto che, almeno in questo caso, ha funzionato.

Spring Wind The Awakening: il documentario su Magyar sbarca in Italia

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 5 maggio 2026

Cosa insegna l’incontro Francesco d’Assisi-Sultano sulla crisi tra Usa, Israele e Iran


Nel 1219, Francesco d’Assisi attraversò le linee della Quinta Crociata per incontrare il sultano ayyubide Al-Kamil, presso Damietta, sul delta del Nilo. Un incontro improbabile, spesso idealizzato, talvolta liquidato come leggenda. Eppure, nell’attuale stagione di crisi in Medio Oriente, quel gesto pone domande al presente. Ne hanno discusso, in un incontro promosso dall’Università di Pisa nel ciclo dedicato all’ottocentesimo anniversario della morte del santo, il medievista Franco Cardini e l’arabista Francesca Maria Corrao.

Cosa dicono le fonti

Esistono almeno cinque cronache occidentali attendibili che, pur divergendo in alcuni particolari, concordano nell’attestare l’incontro. A queste si aggiunge un’iscrizione su una lapide funebre arabo-musulmana che conferma l’autenticità dell’episodio. Qualche dettaglio resta incerto, ma l’incontro in sé è storicamente fondato. Papa Onorio III aveva bandito nel 1217 una crociata che, sotto la guida del cardinale Pelagio, non si concentrava su Gerusalemme — persa dai cristiani nel 1187 — ma al delta del Nilo, polmone economico del mondo islamico dell’area, da usare come leva negoziale per ottenere la restituzione della Città Santa. Francesco arrivò sotto Damietta all’inizio dell’estate del 1219, proveniente da Acri. Chiese al cardinale legato il permesso di recarsi dal sultano e fu ammesso alla sua presenza. «La legge coranica – precisa Cardini – non consentiva al sultano di negare udienza a un uomo di Dio. E Francesco era riconoscibile come tale dalla veste: un saio di lana grezza, non tinta, rattoppato. In arabo, chi indossa quel tessuto si chiama sufi. Il gran signore ricevette il povero frate e lo rimandò sano e salvo, dopo avergli offerto alcuni doni».

Il Mediterraneo come civiltà ibrida

L’arabista Corrao inserisce quell’incontro dentro un Mediterraneo ben più complesso di quanto la vulgata delle crociate lasci intendere. Francesco era stato in Sicilia nel 1212, in un’isola dove la corte di Federico II faceva tradurre testi arabi in latino e dove circolavano opere come il Kalīla wa-Dimna — raccolta di parabole animali funzionante da «specchio per principi» nella tradizione islamica. I traduttori di corte erano cristiani, ebrei e musulmani che lavoravano fianco a fianco.

In questo ambiente, sono plausibili forti affinità spirituali tra Francesco e i mistici islamici che incarnavano una corrente sufica in cui la ricerca dell’assoluto passava per la spoliazione del sé. Cardini sottolinea la convergenza simbolica: il francescano che si toglie gli abiti paterni in piazza ad Assisi e il sufi che si riveste di lana grezza compiono gesti speculari, partendo da tradizioni diverse, verso la stessa domanda sull’essenziale.

Il frutto più concreto dell’incontro con Al-Kamil fu una tregua di quindici anni. Dieci anni dopo, nel 1229, lo stesso sultano avrebbe stipulato con Federico II il primo accordo di smilitarizzazione pacifica di Gerusalemme che la storia ricordi, rimasto in vigore fino al 1244. Cardini non azzarda connessioni romanzesche, ma osserva che Al-Kamil e Federico condividevano una passione: la caccia col falco. E che il falco era caro anche a Francesco. «Potessi chiedere qualcosa a Francesco – confessa lo studioso  – gli chiederei di cosa hanno parlato. Sono abbastanza convinto che fratel falco possa essere stato un argomento di discussione».

Cosa insegna l'incontro Francesco d'Assisi-Sultano sulla crisi tra Usa, Israele e Iran

La diagnosi del presente

La crociata del 1219 si chiuse con un insuccesso militare. Cardini usa questa parabola come specchio per l’oggi. Quando due potenze si presentano entrambe come portatrici di un «dominio universale» — oggi declinato nel controllo delle fonti energetiche, dal Venezuela alla Groenlandia fino all’Iran — e la diplomazia cede il posto ai cortigiani, il dialogo diventa strutturalmente impraticabile. Gli stati a forte connotazione religiosa, aggiunge, sono tra i più refrattari alla mediazione laica nei conflitti che percepiscono come definitivi. La simmetria che traccia tra la Repubblica islamica iraniana e Israele nella sua configurazione attuale riguarda la struttura teocratica di entrambi, non le rispettive ragioni storiche.

Il Trattato di non-proliferazione nucleare è definito dallo storico una legge intrinsecamente iniqua. «Chi ha già l’arma può tenerla, chi non ce l’ha rinuncia per sempre alla difesa. L’Iran, con quasi ottanta milioni di abitanti e risorse energetiche e turistiche di prima grandezza, ha subito per decenni limitazioni allo sviluppo parzialmente indegne di un sistema che si pretende fondato sul diritto internazionale. Il risultato è l’escalation attuale, che qualcuno ha sottovalutato ritenendo i missili iraniani petardi natalizi».

Corrao aggiunge la prospettiva testuale. Il Corano invita esplicitamente al dialogo «con saggezza e buona parola», a discutere «nella maniera migliore». La tradizione islamica conosce il concetto di testimonianza pacifica della fede che Francesco praticava. Quello che li accomunava era la disponibilità a spogliarsi dell’appartenenza — gesto simbolico e politico insieme — per stare davanti all’altro senza la protezione dell’identità.

Cardini chiude con una riflessione sull’ottimismo. L’ingenuità, in persone adulte e consapevoli, significa fiducia nelle possibilità del genere umano. «La guerra nucleare rimane un’ipotesi, per quanto incombente – sostiene – L’incubo finirà solo quando avremo restaurato la giustizia, la quale richiede che le potenze più armate siano le prime a disarmare. È una tesi che risuona con lo spirito del celebre discorso che Oppenheimer tenne ai colleghi di Los Alamos nel 1945. Finora nessuno ha voluto ascoltarlo».

Pubblicato originariamente su HuffPost Italia il 30 marzo 2026

Giornalista e scrittore